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Il monito del Parlamento UE all’indomani dei Pandora Papers

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Il monito del Parlamento UE all’indomani dei Pandora Papers

   

05 novembre 2021

AML

I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

Com’era prevedibile sulla scorta di quanto accaduto con la crisi economica del 2008 – allora per l’esplosione della bolla immobiliare – dopo la crisi globale innescata dal SARS-CoV-2, si è riaperta una nuova stagione di rivelazioni e di leaks sulle migliaia di miliardi di euro nascosti off-shore. I cd. Pandora Papers hanno riaperto il dibattito internazionale sui paradisi fiscali e sull’evasione fiscale internazionale.

Se c’è qualcosa da imparare dalla serie “Papers” – da Panama nel 2015, a Paradise nel 2017, a Pandora nel 2021, unitamente ai Mauritius Leaks del 2019 e ai FinCEN Files del 2020 – è il warning dato ai professionisti che consentono di muovere e spostare i loro guadagni illeciti. Come l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha ammonito in un report dello scorso febbraio, è necessario, infatti, porre fine al cd. shell game, disincentivando i professionisti che consentono la criminalità fiscale e dei colletti bianchi.

 

I Pandora Papers. Nell’indagine durata quasi due anni – frutto del lavoro collettivo di oltre 600 giornalisti di 150 testate internazionali e altri media, per un totale di 117 nazioni – sono coinvolti 35 capi di Stato o di governo, più di 300 politici di oltre novanta nazioni, leader di partito, parlamentari, generali, capi dei servizi segreti, manager pubblici e privati, banchieri e industriali, su un arco temporale di 25 anni, compresi tra il 1996 e il 2020.

L’inchiesta, coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), è icasticamente chiamata “Pandora Papers” perché scoperchia un vaso di veleni di portata mondiale: più di 11,9 milioni di documenti, contenenti i nomi di oltre 29mila beneficiari di società off-shore, e provenienti da 14 società di gestione fiduciaria, situate in vari paesi, la cui funzione è creare, domiciliare e gestire società scudo (shell companies) al fine di nascondere i beni di persone che non vogliono essere identificate per ragioni fiscali, politiche o anche criminali.

L’importo della ricchezza finanziaria detenuta nei paradisi fiscali ammontava a 7.900 miliardi di euro nel 2017, importo che equivale all’8% del prodotto interno lordo (PIL) mondiale.

Con i Pandora Papers sono così emersi investimenti e patrimoni esteri di politici europei e sudamericani, dittatori africani, ministri asiatici, sceicchi arabi, e le casseforti segrete di 46 oligarchi russi.

Il South Dakota, l’Alaska, il Wyoming, il Delaware e il Nevada sono diventati centri di opacità finanziaria e societaria.

Oltre 1.500 beni immobili britannici, per un valore stimato superiore a 4 miliardi di sterline, sono stati acquistati da proprietari ignoti tramite società off-shore.

Uno sguardo comparato. Se gli Stati Uniti rimangono uno dei pochi grandi Paesi a non avere il “coraggio legislativo” di imporre i compliance program AML e i requisiti di segnalazione di operazioni sospette ad avvocati, contabili, agenti immobiliari e agenti di formazione aziendale – infatti l’Enablers Act del 2021, pur proposto, sarà tuttavia mitigato nei suoi effetti dall’assalto dei lobbisti – il Parlamento europeo ha prontamente esortato le autorità nazionali ad avviare un’indagine approfondita sulle attività illecite rivelate dai Pandora Papers avvenute nelle giurisdizioni dell’UE.

Con una risoluzione che fa seguito all’indignazione già espressa in occasione di una discussione tenutasi all’indomani delle prime rivelazioni dei Pandora Papers, gli eurodeputati hanno chiesto alla Commissione europea di intraprendere azioni legali nei confronti dei Paesi UE che non applicano correttamente le norme europee contro il riciclaggio di denaro e l’elusione fiscale, ricordando anche che sono numerosi i Paesi in ritardo nell’attuazione delle stesse.

Stante la complessità del recepimento nel diritto nazionale della legislazione dell’UE in materia di AML/CFT, finora basata su un’armonizzazione minima, nuove e più severe norme saranno inutili se non si applicano correttamente le misure già in vigore e in assenza di una migliore cooperazione tra le autorità nazionali dell’UE. Si rende quindi necessaria una maggiore proattività, anche in considerazione della possibilità di valutazione, da parte della Commissione, della congruenza delle risorse disponibili da parte delle singole unità di informazione finanziaria nazionali.

La black listGli eurodeputati inoltre chiedono una migliore compilazione dell’attuale lista nera Ue dei paradisi fiscali, definita come “uno strumento poco incisivo”, incapace di richiamare alle proprie responsabilità alcuni dei paesi che hanno dimostrato una minore cooperazione. Ad esempio, le Isole Vergini britanniche contano due terzi delle società di comodo menzionate nei Pandora Papers, eppure non sono incluse nella lista nera dell’UE e sono state espunte dalla lista grigia nel febbraio 2020. I deputati presentano varie ipotesi per una migliore compilazione di questa lista, tra cui l’ampliamento della portata delle pratiche considerate come tipici indicatori di un paradiso fiscale, nonché la riforma del processo decisionale che identifica quali giurisdizioni debbano essere incluse.

I titolari effettivi. Il Parlamento esorta inoltre gli Stati membri e la Commissione a fare di più per identificare i titolari effettivi, i soggetti che in ultima analisi beneficiano delle società di comodo, e a condividere le informazioni ottenute.

Sul punto, vigendo nel nostro Paese la regola generale imposta dalle disposizioni normative antiriciclaggio di effettuare l’adeguata verifica della clientela per i servizi ricadenti sotto l’egida del cd. Decreto Antiriciclaggio, è nota la possibilità di limitarsi alla raccolta di un set informativo – che sia comunque completo – nei casi riguardanti i cd. “soggetti serviti”: vale a dire soggetti terzi rispetto al cliente diretto e al titolare effettivo, nei confronti dei quali l’operatore effettua in concreto un’operazione nell’ambito del trattamento e/o contazione delle banconote in euro. Il provvedimento della Banca d’Italia del 5 febbraio 2020 che introduce tale concetto è infatti particolarmente puntuale nello specificare che, in casi presuntivamente “a rischio”, è comunque necessario approfondire ulteriormente il set informativo.

In perfetta aderenza ai dettami normativi e al divieto di applicazione analogica di disposizioni eccezionali ex art. 14 disp. prel. c.c., resta quindi ferma – in ogni caso – l’applicabilità dell’obbligo di adeguata verifica nei casi imposti dal Decreto Antiriciclaggio, fonte normativa che prevale, sempre e comunque, in virtù del rapporto di preminenza rispetto alle altre.

Risulterebbero invece inutilmente rischiose e inopportune, oltre che non in linea con i principi generali dell’ordinamento – prima ancora che specifici in materia di antiriciclaggio e con la ratio dell’Adeguata Verifica – eventuali applicazioni analogiche del concetto di “soggetto servito” poste in essere al fine di superare la ragionevole discrezionalità in ipotesi di contrattualizzazione indiretta, a prescindere dal servizio reso e/o dalla natura giuridica del soggetto-cliente diretto.

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

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