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Sicurezza sul lavoro: la responsabilità del datore di lavoro per conoscenza o conoscibilità di prassi incaute

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Sicurezza sul lavoro: la responsabilità del datore di lavoro per conoscenza o conoscibilità di prassi incaute

   

28 gennaio 2021

Cassazione

I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

Con sentenza del 3.12.2020, n. 36778, la Corte di Cassazione penale, sez. IV, si è pronunciata in tema di culpa in vigilando del datore di lavoro in caso di infortuni sul lavoro verificatisi in danno del lavoratore. La Suprema Corte ha chiarito che: “Non può essere ascritta al datore di lavoro la responsabilità di un evento lesivo o letale per culpa in vigilando qualora non venga raggiunta la certezza della conoscenza o della conoscibilità di prassi incaute, neppure sul piano inferenziale”.

 

Il fatto. Nel marzo 2019 la Corte d’appello di Bologna riformava la sentenza di assoluzione che il Tribunale di Rimini aveva emesso nel 2015 nei confronti di un datore di lavoro imputato per omicidio colposo di un lavoratore, con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro; con la medesima sentenza anche la società veniva assolta dall’illecito amministrativo ex art. 25-septies comma 2 del D. Lgs. n. 231/2001.

Alla società era stata infatti addebitata la condotta volontaria e consapevole della realizzazione di un cancelletto abusivo, configurabile quale illecito amministrativo correlato al reato attribuito al datore di lavoro (soggetto apicale) perché commesso nell’interesse e a vantaggio della società mediante l’omissione delle misure di prevenzione previste dalla legge, allo scopo di eseguire i lavori in modo più rapido e meno costoso. Dopo il procedimento di primo grado in cui il datore di lavoro era stato assolto da tale addebito, questi veniva condannato in appello per la condotta omissiva, ispirata a negligenza, di non aver adempiuto al suo dovere di vigilanza.

In particolare, secondo il giudice d’appello, l’infortunio mortale “si sarebbe verificato all’interno dello stabilimento della società mentre il suddetto dipendente lavorava al quadro comandi di un macchinario per la cesoiatura punzonatura di fogli metallici; a un tratto il meccanismo della macchina si inceppava e il lavoratore si sarebbe introdotto nell’area pericolosa attraverso un cancelletto realizzato abusivamente anziché attraverso l’apposito varco protetto (munito di fotocellule che avrebbero bloccato il funzionamento della macchina); perciò, mentre egli tentava di sbloccare la macchina rimuovendo il materiale che l’aveva inceppata, il carrello di alimentazione ripartiva e travolgeva il G., cagionandone la morte”.

Nella sentenza emessa la Corte d’appello contestava al datore di lavoro di aver omesso di vigilare in ordine alla realizzazione del cancelletto e all’utilizzo dello stesso, la cui presenza era ampiamente nota all’interno della fabbrica. Il datore di lavoro veniva pertanto condannato alla pena di otto mesi di reclusione, con pena sospesa, mentre la società veniva condannata al pagamento di una sanzione amministrativa di euro 20.000,00.

La pronuncia della Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha accolto le doglianze del datore di lavoro e della società, contestanti la compromissione del diritto di difesa derivante dall’eterogeneità degli addebiti. In primo luogo, “deve ravvisarsi un’evidente discrasia fra l’oggetto specifico dell’imputazione che poneva a carico del datore di lavoro l’addebito di avere disposto la realizzazione del cancelletto abusivo e la condotta criminosa ravvisata dalla Corte d’appello qualificabile come culpa in vigilando, per non avere esercitato il dovuto controllo su quanto accadeva all’interno dello stabilimento e, dunque, anche sulla realizzazione del varco da cui sarebbe transitato il lavoratore deceduto”.

Tale discrasia non si traduce esclusivamente in una condanna per colpa omissiva a fronte di un’imputazione per colpa commissiva, ma in “una modalità affatto diversa e del tutto incompatibile con l’originaria qualificazione dell’oggetto dell’imputazione, per di più in seguito a una pronunzia di assoluzione in primo grado dall’addebito originario. In altre parole, a carico del datore di lavoro si è ravvisato un fatto radicalmente diverso rispetto a quello contestato”.

A ciò si aggiunge che la Corte d’appello non ha provato né “la realizzazione “da diverso tempo” del varco incriminato, ma anche “che la presenza di tale apertura era ampiamente nota all’interno della fabbrica (…) Nulla risulta accertato in ordine a chi avrebbe disposto o eseguito il varco. Nulla risulta accertato, inoltre, a proposito del fatto che vi fosse una prassi illegittima all’interno dello stabilimento, costituita dall’utilizzo più o meno ricorrente di tale accesso per entrare nell’area pericolosa ove il lavoratore rimase ucciso”.

La Corte di Cassazione ha quindi chiarito che “non può essere ascritta al datore di lavoro la responsabilità di un evento lesivo o letale per culpa in vigilando qualora non venga raggiunta la certezza della conoscenza o della conoscibilità, da parte sua, di prassi incaute, neppure sul piano inferenziale (ossia sulla base di una finalizzazione di tali prassi a una maggiore produttività), dalle quali sia scaturito l’evento”. Del resto, “in tema di infortuni sul lavoro, in presenza di una prassi dei lavoratori elusiva delle prescrizioni volte alla tutela della sicurezza, non è ravvisabile la colpa del datore di lavoro, sotto il profilo dell’esigibilità del comportamento dovuto omesso, ove non vi sia prova della sua conoscenza, o della sua colpevole ignoranza, di tale prassi” (Cass. pen., sez. IV, n. 32507 del 16/04/2019, Romano, Rv. 276797).

Viene altresì precisato che le ragioni suesposte risultano assorbenti, sul piano logico, anche dei motivi posti a base del ricorso della società, la cui posizione ai fini dell’attribuzione di responsabilità quanto al contestato illecito amministrativo risulta strettamente dipendente dall’accertamento dell’illecito penale e della sua attribuzione al soggetto apicale. La Corte di Cassazione ha pertanto annullato la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Bologna.

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

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