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Reati ambientali: la colpa dell’ente non è configurabile per analogia

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Reati ambientali: la colpa dell’ente non è configurabile per analogia

   

27 gennaio 2022

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I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

La Corte di Cassazione, III Sez. pen., con sentenza n. 2234 del 20 gennaio 2022, ha accolto il ricorso di una raffineria affermando che il reato ambientale non incluso tra i reati presupposto del D. Lgs. n. 231/2001, disciplinante la responsabilità degli enti, non può essere contestato alla persona giuridica, per affermarne la responsabilità, mediante interpretazione analogica.

Il fatto. La vicenda esaminata dalla Suprema Corte riguarda l’inquinamento del suolo e sottosuolo cagionato, nell’estate del 2011, da reiterate perdite di idrocarburi provenienti da una raffineria industriale dislocata in un’area individuata dalla L. n. 426 del 1998 come Sito di Interesse Nazionale, in territorio dichiarato “a elevato rischio di crisi ambientale”. La dinamica dell’evento veniva ricondotta alla perdita di “light catalytic naphtha” dal sistema delle tubature del serbatoio.

L’amministratore delegato della raffineria – da ordine di servizio interno anche responsabile dell’osservanza della legislazione a tutela della sicurezza sul lavoro dell’ambiente e dell’incolumità pubblica della società – nonché il responsabile degli impianti e i responsabili del turno operativo giornaliero dell’impianto da cui proveniva lo sversamento venivano sottoposti a giudizio. In particolare, venivano loro contestati i reati di: inquinamento e omessa bonifica ai sensi degli artt. 110 c.p. e 257, comma 1 e 2 del D. Lgs. n. 152/2006; gestione non autorizzata di rifiuti ai sensi degli artt. 110 c.p. e 256, comma 1 lett. b) e comma 2 del D. Lgs. n. 152/2006, poiché gli stessi smaltivano e abbandonavano, mediante immissione del suolo e sottosuolo, ingenti quantitativi di rifiuti liquidi pericolosi costituiti da benzina.

Alla raffineria veniva invece contestato l’illecito di cui all’art. 25 undecies, comma 2, lett. b) n. 2 e lett. c) n. 2 del D. Lgs. n. 231/2001, in relazione ai fatti contestati alle persone fisiche in materia di smaltimento e abbandono di rifiuti pericolosi. Sia in primo grado, dinanzi al Tribunale di Gela, che in secondo grado, dinanzi la Corte d’appello di Caltanissetta, la raffineria – in persona del legale rappresentante pro tempore – veniva dichiarata responsabile per illecito amministrativo dipendente da reato relativamente alla sola contestazione di cui all’art. 256, comma 1, lett. b), del Testo Unico 152 del 2006, di cui al capo 3), per i fatti commessi dopo il 16.08.2011 (nello specifico, per la condotta di smaltimento e abbandono di ingenti quantitativi di rifiuti liquidi pericolosi nel suolo e sottosuolo, posta in essere dai soggetti apicali). Nel 2020 la S.p.a. veniva inoltre condannata al pagamento della sanzione pecuniaria per complessivi 40.000 euro.

Le procedure di manutenzione e controllo dell'impianto. Quanto alla lontananza dalla cd. condotta standard, la Suprema Corte evidenzia la mancata specificazione della frequenza, nonché la mancata programmazione, delle azioni di manutenzione e ispezione degli impianti:

«non risultava complessivamente rispettato il modello organizzativo aziendale sulle procedure ambientali e su quelle necessarie per individuare tempestivamente eventuali perdite da tubazioni e serbatoi e fognature atteso che la frequenza dei controlli della zona serbatoi era ripartita con cadenze approssimative, non rigide e non conosciute con certezza dagli operatori. La pavimentazione del bacino di contenimento era in stato di totale degrado e non vi era una previsione in bilancio, o atti correlati, diretta alla valutazione di opportunità e fattibilità economica di impermeabilizzazione del bacino di contenimento». 

In riferimento alla qualità dell’efficienza delle manutenzioni effettuate, la sentenza evidenzia:

«l’alto grado di compromissione ambientale, lo stato fatiscente delle tubazioni del serbatoio interessato dalla perdita, le condizioni del bacino di contenimento, e, soprattutto, il suo degrado di bacino di contenimento costituivano indicatori significativi della sussistenza di gravi indizi dell’elevata probabilità di verificazione dell’evento. In queste condizioni, ha affermato la Corte territoriale, la dispersione del gasolio del suolo e del sottosuolo costituiva “un evento annunciato” a fronte del quale evidente era la necessità di porre in essere azioni indirizzate in modo deciso e risolutivo finalizzate ad impedire l’evento e, o, il suo protrarsi in un arco temporale significativo».

La responsabilità dell'ente per reati ambientali. Con il Decreto Legislativo 07 luglio 2011, n. 121 i reati ambientali sono stati inseriti tra i reati presupposto del D. Lgs. n. 231/2001 all’art. 25 undecies. La disciplina è stata poi modificata dalla L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha previsto una più ampia serie di reati a tutela dell’ambiente, tra i quali, tuttavia, non si rinvengono le fattispecie ricomprese dall’art. 6 della Legge n. 210 del 30.12.2008, attinenti a una normativa emergenziale.

La lacuna normativa. Come noto, una delle condizioni necessarie ai fini della configurabilità della responsabilità dell’ente è l’inclusione del fatto di reato nel tassativo elenco dei reati presupposto. Elemento che manca nel caso in esame: l’art. 25 undecies richiama unicamente il reato di cui all’art. 256 del D. Lgs. n. 152/2006 contestato agli organi apicali. Tale reato è richiamato, a sua volta, dalla disciplina emergenziale di cui all’art. 6 del D.L. del 06.11.2008 n. 172 – convertito nella Legge n. 210 del 30.12.2008, e non richiamato dall’art. 25 undecies – relativo a misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, nonché misure urgenti di tutela ambientale. La disposizione prevede la responsabilità penale soltanto per le persone fisiche che si rendono responsabili delle condotte di smaltimento e abbandono di rifiuti: nessun cenno viene invece fatto con riguardo all’eventuale responsabilità degli enti.

La Suprema Corte sul principio di tassatività. Se la fattispecie contestata non è tassativamente indicata nel catalogo dei cd. reati presupposto contenuto nel Decreto, la responsabilità dell’ente non può sussistere: lo impedisce il principio di tassatività vigente nell’ordinamento giuridico italiano con riferimento alle tecniche di formulazione legislativa della fattispecie penale.

«Giova ribadire che è costante affermazione della giurisprudenza di legittimità che la dichiarazione di responsabilità degli enti, impone un doppio livello di legalità, è necessario, cioè, che il fatto commesso dagli organi apicali dell’ente sia previsto da una legge entrata in vigore prima della commissione dello stesso e che tale reato sia previsto nel tassativo elenco dei reati presupposto. Dal complesso delle norme del D.Lgs. n. 231 del 2001, infatti, emerge che il sistema italiano, a differenza di altri ordinamenti giuridici, non prevede una estensione della responsabilità da reato alle persone giuridiche di carattere generale, coincidente cioè con l’intero ambito delle incriminazioni vigenti per le persone fisiche, ma limita detta responsabilità soltanto alle fattispecie penali tassativamente indicate nel decreto stesso».1 

A giudizio degli Ermellini, la contestazione mossa all’ente costituisce quindi una violazione del principio di tassatività, che determina l’insussistenza della responsabilità in capo all’ente. Il divieto di analogia in malam partem, avente fondamento costituzionale (art. 25, 2° comma, Cost.), impedisce che il giudice possa far rientrare un fatto all’interno di una fattispecie di reato se non espressamente previsto nel testo di legge. Pertanto, il reato ascritto alla persona fisica non può essere automaticamente esteso anche alla persona giuridica.

 

1 Lo stesso principio di diritto è stato annunciato, con riguardo ai reati tributari non previsti nell’elenco dei reati presupposto del D. Lgs. n. 231/2001, nella sentenza Cass. SS.UU. Gubert del 30.01.2014, n. 10561.

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

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