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La responsabilità dell’ente per risparmio dei costi di formazione

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La responsabilità dell’ente per risparmio dei costi di formazione

   

16 settembre 2021

sentenza

I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

Con sentenza del 3 agosto 2021, n. 30231, la Corte di Cassazione, IV Sezione penale, pronunciandosi su un caso di lesioni gravi commesse in violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, ha riconosciuto la responsabilità dell’ente relativamente all’illecito di cui all’art. 25 septies del D.Lgs. 231/2001, in conseguenza della mancata pianificazione e del mancato svolgimento di specifici corsi di formazione dei lavoratori in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Viene così ribadita la necessità della formazione del lavoratore in materia di normativa antinfortunistica ai fini dell’esclusione della responsabilità del datore di lavoro e dell’ente.

 

Il fatto. Un lavoratore, intento a tagliare un pannello di polistirene estruso con l’uso di una sega circolare sprovvista di spingitoi, era entrato in contatto con la lama, riportando una lesione complessa che comportava una malattia superiore a quaranta giorni. La Corte di merito aveva individuato nella violazione dell’art. 37 D. Lgs. 81/2008 un profilo di colpa specifica da addebitarsi all’amministratore della società.

La Corte territoriale aveva affermato: «il dipendente, pur lavorando già da tre mesi, non aveva un bagaglio esperienziale specifico formato nell’arco di anni di osservazione ed apprendimento (…) la breve durata dello stage non può avere consentito al lavoratore di assorbire con la dovuta coscienza e profondità le nozioni di sicurezza minime in un settore, quale quello edile, in cui il rischio di infortunio è permanente, per l’utilizzo di potenti macchinari o l’esposizione a lavorazioni potenzialmente pericolose».

Con sentenza emessa nel 2017, la Corte d’appello di Venezia, in parziale riforma della pronuncia del Tribunale di Belluno, confermava la sanzione di euro 18.000,00 inflitta all’ente, contestando all’amministratore della società di avere cagionato lesioni personali al dipendente, in violazione delle norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro.

 

La Suprema Corte. Il difensore di fiducia dell’ente e dell’imputato proponeva ricorso per Cassazione lamentando la violazione degli artt. 27 Cost., 40 c.p. e 192 c.p.p., oltre alla contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.

Secondo i ricorrenti, i giudici di merito sarebbero incorsi in un’erronea individuazione del responsabile del fatto: l’imputato, nella sua qualità di legale rappresentante e amministratore della società, non avrebbe dovuto essere chiamato a rispondere delle violazioni ipotizzate, in quanto era suo fratello a occuparsi della gestione e della sicurezza dei dipendenti, in qualità di RSPP, e ad avere pieni poteri decisionali e di spesa.

La responsabilità del datore di lavoro. Per la Cassazione è invece pacifico che il datore di lavoro debba rispondere dell’infortunio occorso al dipendente, ove la mancata formazione sia causalmente collegata al verificarsi dell’evento. Dalla qualità datoriale discendono infatti una serie di obblighi fondamentali, tra i quali deve annoverarsi la previsione dei rischi cui risulta esposto il lavoratore nell’espletamento delle sue mansioni. Alla previsione del rischio è poi strettamente collegato l’obbligo di formare e informare il lavoratore, secondo quanto stabilito dall’art. 37 D. Lgs. 81/08, e di vigilare perché siano attuate le misure previste ai fini della tutela della sua incolumità.

Ciò premesso, la Corte di merito ha pertanto correttamente posto in evidenza come l’infortunio occorso al lavoratore sia stato conseguenza della sua inesperienza, dovuta alla lacunosa formazione professionale ricevuta in relazione al compito affidatogli.

«Nel descrivere le modalità di accadimento del fatto la Corte di merito evidenzia che il lavoratore ha avvicinato la mano alla lama per impedire che le vibrazioni determinate durante le fasi di taglio potessero danneggiare il materiale».

Il dipendente, pur lavorando da tre mesi in azienda, non aveva un bagaglio d’esperienza specifico, avendo solamente beneficiato di un corso di formazione di otto ore sulle mansioni di operaio edile: la breve durata dello stage non gli aveva permesso di acquisire una conoscenza esaustiva ai fini dell’utilizzo in sicurezza del macchinario.

Sebbene la difesa contrapponga, invece, una diversa ricostruzione della vicenda, la Suprema Corte rammenta come alla stessa non spetti il compito di provvedere a una diversa lettura dei dati processuali o a una diversa interpretazione delle prove, essendo il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali estraneo al giudizio di legittimità.

La qualifica di RSPP. Secondo orientamento costante della giurisprudenza di legittimità in materia, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione svolge una funzione di consulenza in materia antinfortunistica del datore di lavoro, coadiuvandolo nella individuazione dei rischi, nelle soluzioni tecniche da adottare per impedire il verificarsi di infortuni collegati a tali rischi, nella pratica di formazione e informazione del lavoratore1.

La qualifica di RSSP in capo al fratello dell’imputato non può pertanto costituire ragione di esonero da responsabilità per il datore di lavoro.

L’abnormità del comportamento del lavoratore può apprezzarsi solo in presenza di condotte connotate da assoluta imprevedibilità o ingovernabilità da parte di chi riveste una posizione di garanzia. Tuttavia, tale imprevedibilità non può mai essere ravvisata in una condotta che, per quanto imperita, imprudente o negligente, rientri comunque nelle mansioni assegnate, poiché «la prevedibilità di uno scostamento del lavoratore dagli standards di prudenza, diligenza e perizia costituisce evenienza immanente nella stessa organizzazione del lavoro»2

Gli Ermellini ribadiscono poi quanto già affermato in tema di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori3: l’attività di formazione del lavoratore non è esclusa dal personale bagaglio di conoscenze del lavoratore, formatosi per effetto di pregresse esperienze lavorative o per il trasferimento di conoscenze che comunemente si realizza nella collaborazione tra lavoratori. Questo tipo di apprendimento non può avere un valore surrogatorio delle attività di informazione e di formazione legislativamente previste.

La responsabilità dell'ente. Il rilievo difensivo riguardante l’assenza del presupposto del vantaggio per la configurazione della responsabilità dell’ente (art. 5, comma 1, D. Lgs. 231/2001) è incentrato sulla negazione della violazione addebitata all’imputato. Tuttavia, le ragioni espresse dalla Corte di merito, poste a fondamento del ritenuto vantaggio per la società, sono del tutto congrue: la mancata fornitura di un’adeguata preparazione professionale comporta un risparmio dell’ente «che non deve sostenere costi aggiuntivi per i corsi e per le relative giornate di lavoro 'perdute' (…) con la conseguenza di immettere nell’attività produttiva lavoratori non adeguatamente formati ed allertati delle possibili insidie che il luogo di lavoro può sempre presentare».

L'entità della sanzione applicata. La Corte di merito ha ritenuto che la società non fosse meritevole di beneficiare della massima riduzione prevista dall’art. 12, comma 2, D. Lgs. 231/2001, mettendo in rilievo la gravità del fatto, il risparmio conseguito dall’ente in conseguenza dell’omessa formazione del dipendente e il mancato diretto esborso di somme a titolo risarcitorio, essendo stato il risarcimento riconosciuto dalla società assicuratrice.

A giudizio della Suprema Corte, tale motivazione non soffre dei vizi lamentati dalla difesa: ai sensi dell’art. 11 D. Lgs. 231/01, nella determinazione della sanzione da applicare all’ente, il giudice deve tenere conto della gravità del fatto, del grado della responsabilità dell’ente, nonché dell’attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e per prevenire la commissione di ulteriori illeciti. L’entità della diminuzione della sanzione pecuniaria è rimessa al prudente apprezzamento del giudice, il quale, nel compiere la valutazione farà uso di un potere discrezionale entro i parametri indicati dall’art. 11 D. Lgs. 231/01.

Infine, il collegamento prospettato dalla difesa tra gli istituti previsti dall’art. 62, comma 1, n. 6 c.p. e dall’art. 12 D. Lgs. 231/01 è del tutto inconferente, essendo la prima un’attenuante comune destinata a incidere sul trattamento sanzionatorio riservato all’imputato, e la seconda un’attenuante che riguarda l’ente: «[i]l sistema introdotto con il d.lgs. 231/01 ha disegnato un trattamento dedicato all’illecito della persona giuridica, avente proprie connotazioni peculiari».

 

1 Sul punto, cfr. Sez. 4, n. 24958 del 26/04/2017, Rv. 270286 - 01: «La mera designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione non costituisce una delega di funzioni e non è dunque sufficiente a sollevare il datore di lavoro ed i dirigenti dalle rispettive responsabilità in tema dì violazione degli obblighi dettati per la prevenzione degli infortuni sul lavoro». In motivazione, la Corte ha precisato che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione svolge un ruolo di consulente in materia antinfortunistica del datore di lavoro ed è privo di effettivo potere decisionale.

2 La Cassazione richiama la sentenza, Sez. 4, n. 15174 del 13/12/2017, dep. 05/04/2018, Rv. 273247 - 01: «In tema di infortuni sul lavoro, qualora l’evento sia riconducibile alla violazione di una molteplicità di disposizioni in materia di prevenzione e sicurezza del lavoro, il comportamento del lavoratore che abbia disapplicato elementari norme di sicurezza non può considerarsi eccentrico o esorbitante dall’area di rischio propria del titolare della posizione di garanzia in quanto l’inesistenza di qualsiasi forma di tutela determina un ampliamento della stessa sfera di rischio fino a ricomprendervi atti il cui prodursi dipende dall’inerzia del datore di lavoro».

3 Cfr. Sez. 4, n. 8163 del 13/02/2020, Rv. 278603 - 01: «Il datore di lavoro che non adempie agli obblighi di informazione e formazione gravanti su di lui e sui suoi delegati risponde, a titolo di colpa specifica, dell’infortunio dipeso dalla negligenza del lavoratore che, nell’espletamento delle proprie mansioni, ponga in essere condotte imprudenti, trattandosi di conseguenza diretta e prevedibile della inadempienza degli obblighi formativi, né l’adempimento di tali obblighi è surrogabile dal personale bagaglio di conoscenza del lavoratore».

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

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