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L’ente non è responsabile se l’infortunio sul lavoro non deriva da risparmio dei costi

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L’ente non è responsabile se l’infortunio sul lavoro non deriva da risparmio dei costi

   

21 giugno 2021

Corte

I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

La sentenza della Cassazione penale, Sez. IV, n. 22256 del 2021 in tema di infortuni sul lavoro, interessante soprattutto per quanto concerne il requisito del vantaggio nel caso di risparmio di spesa irrisorio (o comunque non apprezzabile) derivante dall’omissione delle cautele dovute da parte del datore di lavoro, conferma la condanna di quest’ultimo per lesioni, ed esclude la configurabilità della responsabilità da reato dell’ente ex D.lgs. 231/2001.

 

Il fatto. La vicenda attiene un infortunio sul lavoro occorso in un impianto di selezione di rifiuti della società E., subito da K.I. – autista dipendente di altra società operante nel settore del trasporto dei rifiuti – il quale, sceso dal mezzo, mentre stava rimuovendo il telo del cassone al fine di consentire lo scarico del materiale proveniente dalla raccolta differenziata, veniva urtato dal muletto condotto da P.F., lavoratore dipendente della società E., riportando lesioni gravi.

Il datore di lavoro veniva ritenuto responsabile di lesioni colpose aggravate dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. In particolare, era rilevata la violazione del combinato disposto di cui agli artt. 63 e 64, comma 1, d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, per non avere l’A.D. della società E. organizzato una viabilità a prova di rischio regolamentando, con cartellonistica e segnaletica orizzontale – in particolare, con una striscia rossa – la circolazione nel piazzale esterno dell’impianto di selezione rifiuti, separando le corsie di marcia, indicando i luoghi di stoccaggio e le corsie destinate ai carrelli elevatori e ai pedoni, nonché le aree di manovra dei mezzi, così come indicato dalla Asl.

Il giudice di prime cure riconosceva inoltre la cooperazione colposa del lavoratore P.F. e la responsabilità della società E. per l’illecito amministrativo di cui agli artt. 5, comma 1, lett. a) e 25-septies, comma 3, D.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, con la circostanza attenuante di cui all’art. 12, comma 2, del medesimo decreto, pertanto condannandola al pagamento della sanzione amministrativa di euro 12.900,00. La Corte d’Appello di Firenze, in data 19 novembre 2019, confermava la sentenza di primo grado, ritenendo che l’ente avesse accelerato la produzione proprio grazie al percorso libero delle macchine e al risparmio sull’opera di un consulente.

La Cassazione. Investita della questione mediante ricorso proposto tanto dall’A.D. che dalla società E., la Suprema Corte conferma la condanna dell’amministratore delegato, escludendo invece la responsabilità dell’ente, annullando con rinvio. In particolare, la Cassazione sottolinea che la società di selezione dei rifiuti E. si era avvalsa di un consulente per predisporre un piano di valutazione del rischio, sebbene questi avesse poi seguito criteri diversi da quelli dettati dalla Asl.

Come si legge nella sentenza, nella valutazione dell’idoneità della misura prevista dal datore di lavoro è stata effettuata una corretta applicazione del principio secondo cui le «norme antinfortunistiche sono dirette a prevenire anche il comportamento imprudente, negligente o dovuto ad imperizia dello stesso lavoratore»1, costantemente affermato dalla Corte riguardo al tema degli estremi necessari affinché il comportamento colposo del lavoratore possa essere ritenuto abnorme e idoneo a escludere il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo2. È stato pertanto correttamente ricondotto all’area del rischio governato dal latore di lavoro anche il possibile investimento dei pedoni derivante da negligenza, imprudenza, imperizia dei conducenti dei muletti.

D’altra parte, poiché il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire la sicurezza nel luogo di lavoro per tutti i soggetti che prestano la loro opera nell’impresa, senza distinguere tra lavoratori subordinati e persone estranee all’ambito imprenditoriale3, e stante il principio secondo cui «le norme antinfortunistiche sono dettate a tutela non soltanto dei lavoratori nell’esercizio della loro attività, ma anche dei terzi che si trovino nell’ambiente di lavoro, indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell’impresa»4 , la Corte d’appello ha correttamente ritenuto le misure inidonee a governare il rischio di investimento del pedone «anche perché incapaci di impedire qualsivoglia interferenza fra i conducenti dei muletti e gli addetti allo scarico del materiale, e, quindi, di neutralizzare del tutto - e non solo a ridurre - il rischio di investimento dei pedoni».

Responsabilità ex D.lgs. 231/2001. Per quanto concerne la valutazione circa la sussistenza della responsabilità da reato della società E., la Suprema Corte richiama i principi pacifici della sua giurisprudenza circa i reati colposi di evento: i concetti di interesse e vantaggio vanno riferiti alla condotta e non all’evento5; tali criteri di imputazione oggettiva sono alternativi e concorrenti tra loro, in quanto il criterio dell’interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile ex ante e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile ex post6; la ricorrenza del requisito dell’interesse qualora l’autore del reato abbia consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di conseguire un’utilità per l’ente; la sussistenza del requisito del vantaggio qualora la persona fisica abbia violato sistematicamente le norme prevenzionistiche, consentendo una riduzione dei costi e un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto o della produzione, indipendentemente dalla volontà di ottenere il vantaggio stesso, etc.

Sulla base dei suddetti principi, la Suprema Corte ritiene che sia da evitare un’applicazione automatica della norma «che ne dilati a dismisura l’ambito di operatività ad ogni caso di mancata adozione di qualsivoglia misura di prevenzione». L’assenza di una misura di prevenzione comporta quasi sempre un risparmio di spesa che, tuttavia, non è sempre rilevante o intenzionale. Il giudice che accerta che il risparmio di spesa derivante dall’omissione delle cautele dovute è esiguo e, per di più, da inserire in un contesto di generale osservanza – da parte dell’impresa – delle norme sulla sicurezza del lavoro, necessita di una prova stringente del requisito dell’interesse e del vantaggio. Occorre infatti dimostrare che l’impresa ha fatto oggettivamente prevalere l’esigenza del profitto sulla salute dei lavoratori, cercando un risparmio di spesa o un potenziamento della produzione. La prova del vantaggio «consistente nel risparmio di spesa o nella massimizzazione della produzione (…) può derivare, anche, dall’omissione di una singola cautela e anche dalla conseguente mera riduzione dei tempi di lavorazione» non è desumibile, sic et simpliciter, dall’omessa adozione della misura di prevenzione dovuta.

Pertanto, laddove non vi sia la prova che l’omessa adozione delle cautele sia il frutto di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi di impresa «e risulti, invece, l’occasionalità della violazione delle norme antinfortunistiche, dovendosi escludere il requisito dell'interesse, deve essere rigorosamente provato quello del vantaggio, che può alternativamente consistere in un apprezzabile risparmio di spesa o in un, sempre apprezzabile, aumento della produttività, e la motivazione della sentenza che riconosca tale vantaggio deve dare adeguatamente conto delle prove, anche per presunzioni, dalle quali lo ha desunto».

Mancando, invece, le violazioni sistematiche – da parte della persona fisica – della prevenzione, tali da ridurre i costi e configurare il vantaggio per l’ente, mancando altresì la prova che il percorso non obbligato fosse il più veloce, ed essendo il risparmio del costo della vernice rossa per la segnaletica orizzontale irrilevante, la società E. è stata ritenuta attenta alla sicurezza. 

 

1 Sez. 4, n. 12348 del 29/01/2008, Giorgi, Rv. 23925301.

Si veda, ex multis, Sez. 4, n. 27871 del 20/03/2019, Simeone, Rv. 27624201, secondo cui «perché possa ritenersi che il comportamento negligente, imprudente e imperito del lavoratore, pur tenuto in esplicazione delle mansioni allo stesso affidate, costituisca concretizzazione di un “rischio eccentrico”, con esclusione della responsabilità del garante, è necessario che questi abbia posto in essere anche le cautele che sono finalizzate proprio alla disciplina e governo del rischio di comportamento imprudente».

Sez. 7, n. 11487 del 19/02/2016, Lucchetti, Rv. 26612901; Sez. 4, n. 37840 del 01/07/2009, Vecchi, Rv. 24527401.

Sez. 4, Sentenza n. 32178 del 16/09/2020, Dentamaro, Rv. 28007001.

Sez. 4, n. 2544 del 17/12/2015 - dep. 2016 -, Gastoldi, Rv. 26806501; Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 2611150.

Sez. 4, n. 38363 del 23/05/2018, Consorzio Melinda s.c.a., Rv. 27432002; Sez. 4, n. 2544 del 17/12/2015 - dep. 2016 -, Gastoldi, Rv. 26806501; Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 26111401.

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

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