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Confisca diretta e di valore: il principio di sussidiarietà opera anche per i reati societari

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Confisca diretta e di valore: il principio di sussidiarietà opera anche per i reati societari

   

02 marzo 2021

Cassazione

I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

Con sentenza n. 6391 depositata il 18 febbraio 2021 la Quinta sezione penale della Cassazione ha annullato con rinvio il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente disposto – ai sensi dell’art. 2641 c.c. –  dal GIP di Bari nei confronti del condirettore di una banca. Accogliendo il ricorso, i giudici hanno così dato priorità al sequestro in via diretta delle somme della banca che ha tratto profitto dal reato.

 

Il fatto.  Il condirettore generale della Banca Popolare di Bari S.p.a. era sottoposto a indagini per i reati di ostacolo all’esercizio delle funzioni demandate alla Banca d’Italia (ex art. 2638 c.c., comma 1) e di false comunicazioni sociali delle società quotate (ex art. 2622 c.c., comma 2 e 3). Secondo l’accusa il condirettore, in concorso con il responsabile della direzione business e il responsabile Internal Audit, avrebbe ostacolato i controlli di palazzo Koch comunicando – nella quarta comunicazione trimestrale dell’anno 2015 – un ammontare dei fondi propri della banca non corrispondente al vero (circa 49 milioni di euro in meno).

Inoltre, nel bilancio individuale e consolidato (al 31 dicembre 2016 e al 31 dicembre 2017) sarebbero stati indicati falsi valori in ordine al possesso di azioni e obbligazioni proprie, acquistate mediante finanziamenti e con un meccanismo tale da alterare il patrimonio netto e di vigilanza.

Per i medesimi titoli di reato veniva elevata, a carico della banca, la contestazione di illeciti amministrativi ex art. 25-ter del D. Lgs. n. 231/2001, rispetto ai quali BPB non poteva esser considerata “terza estranea”.

L’indagato impugnava la decisione del giudice, adducendo la violazione del principio di sussidiarietà che regola i rapporti tra le due tipologie di sequestro previste dall’art. 321, comma 2 c.p.p. e dall’art. 2641 c.c. e che impone di accertare la possibilità, nei confronti dell’ente, di un sequestro in forma diretta del denaro strumentale agli acquisti ipotizzati. Il manager si era infatti visto disporre il sequestro per equivalente (per circa 5 milioni di euro) sui suoi beni, senza che fosse stata preliminarmente vagliata la possibilità di rinvenire, in via diretta, i beni strumentali al reato in seno all’Istituto di credito nel cui interesse e a vantaggio del quale i reati societari erano stati commessi.

In particolare, i vantaggi ingiusti conseguiti dalla Banca si sostanziavano nell’allargamento e consolidamento dell’assetto proprietario, nell’ingiustificato sovradimensionamento delle proprie capacità operative, nel minor impegno patrimoniale del cd. fondo acquisto azioni proprie, e nella sistematica acquisizione di un genere di garanzia dei finanziamenti erogati della quale la stessa BPB governava in via esclusiva i processi di negoziazione e di formazione del prezzo.

Il Tribunale del riesame di Bari, tuttavia, con ordinanza del 29.05.2020 respingeva l’eccezione e negava la violazione del principio di sussidiarietà, sostenendo che lo stesso trova applicazione solo in relazione ai reati tributari.

Da qui il ricorso in sede di legittimità da parte della difesa dell’indagato.

 

La Cassazione.  La Suprema corte ha accolto le doglianze del ricorrente, sottolineando l’erroneità dell’impostazione seguita nella decisione impugnata – in virtù della quale il principio di sussidiarietà opererebbe solo con riferimento al sequestro del profitto nei reati tributari – ed evidenziando che, anche nel caso dei reati societari, la confisca di valore opera solo in via subordinata: quando la confisca diretta non è possibile.

Richiamando i precedenti delle Sezioni Unite Lucci sull’art. 322-ter c.p., la Corte afferma che la confisca “diretta” ha natura di misura di sicurezza e attrae prezzo, prodotto, profitto del reato o beni utilizzati per commetterlo «all’interno di un nucleo per così dire unitario di finalità ripristinatoria dello status quo ante in un’ottica di prevenzione» (SS. UU., n. 31617 del 26.06.2015). La Corte si sofferma poi sulla differenza tra confisca diretta ed equivalente:

➢ la confisca “diretta” (ex art. 240 c.p.) del prodotto o del profitto del reato e dei beni utilizzati per commetterlo «si dirige “in prima battuta” verso i beni che presentano una derivazione causale dal reato e che dunque vengono appresi ovunque si trovino anche se detenuti o posseduti o acquisiti da terzi, se non estranei al reato»;

➢ la confisca “di valore” o “per equivalente” (ex art. 322-ter c.p.) è consentita solo in caso di impossibilità di “individuare” o “apprendere” i beni costituenti prodotto, profitto o strumento del reato, che, considerato il rapporto causale diretto con il reato, vanno sottoposti a vincolo ovunque si trovino, presso gli indagati/imputati o presso terzi (persone fisiche o giuridiche), a eccezione dei terzi estranei al reato.

«Essa riguarda beni di provenienza lecita, non connessi al reato, che sono sottoposti a vincolo solo per il controvalore dei beni causalmente collegati al reato che, per varie ragioni, non sono escutibili. Quindi è prevalente la componente “soggettiva”, nel senso che la confisca si rivolge al patrimonio dell’indagato, imputato, condannato, mentre l’oggetto rimane in secondo piano, poiché assume rilievo solo come “tantundem».

Ai fini di tale “definizione”, il «prodotto» del reato è il risultato materiale della condotta criminosa in immediato e diretto legame causale con la stessa; il «profitto» è il risultato economico vantaggioso tratto dalla realizzazione del reato.

 

I giudici rammentano poi che la legittimità della struttura “mista” del sequestro dipende «dalla condizione di sussidiarietà tracciata nel decreto stesso, che, in astratto, non può dipendere dalla ricerca diretta dei beni strumentali limitata al patrimonio dell'indagato e alla relativa incapienza».

Il principio di sussidiarietà deve dunque essere interpretato «tenendo presente che l’impossibilità del reperimento dei beni può essere transitoria e reversibile, purchè sussistente al momento della richiesta e dell’adozione della misura, non essendo necessaria la preventiva ricerca generalizzata dei beni» (SS. UU. n. 10561 del 30.01.2014, Gubert, Rv. 258648).

Il Tribunale del Riesame dovrà motivare «perché quei beni strumentali se non reperiti presso l’indagato non possano trovarsi presso altri», e pertanto «non avrebbe senso ricercarli altrove di talché una volta verificato che non si trovano presso l’indagato può per ciò solo farsi ricorso alla confisca per equivalente».

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

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