Loading...

Cessione fraudolenta di azienda: non opera il divieto di conflitto di interessi tra legale rappresentante indagato/imputato e società

Home - News - Novità - Cessione fraudolenta di azienda: non opera il divieto di conflitto di interessi tra legale rappresentante indagato/imputato e società

Cessione fraudolenta di azienda: non opera il divieto di conflitto di interessi tra legale rappresentante indagato/imputato e società

   

12 luglio 2021

231

I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

La Cassazione ha recentemente chiarito quali siano le conseguenze del mancato rispetto della regola di incompatibilità dettata dal d.lgs. 231/2001 in ipotesi di atti compiuti dal legale rappresentante dell’ente che sia anche imputato di reato-presupposto. Nel prevedere che questi non possa provvedere alla nomina del difensore dell’ente, l’art. 39 del decreto si riferisce esclusivamente all’ente responsabile del reato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio e non anche all’ente cessionario, che non è un soggetto responsabile del fatto costituente reato.

 

La disposizione normativa. Il d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 all’art. 39 comma 1 stabilisce che le persone giuridiche, le società e le associazioni non riconosciute, chiamate a rispondere della responsabilità derivante da reato, partecipano al procedimento penale con il proprio rappresentante legale, salvo che quest’ultimo non sia imputato del reato-presupposto da cui dipende l’illecito amministrativo.

Il legislatore del 2001 ha inteso scongiurare il possibile conflitto di interessi che potrebbe configurarsi laddove uno stesso soggetto parteci al processo penale nella duplice veste di imputato e di rappresentante legale dell’ente chiamato a rispondere per responsabilità amministrativa da reato.

 

È facilmente intuibile, infatti, che l’ente potrebbe avere interesse a difendersi sostenendo la non sussistenza della sua responsabilità amministrativa perché l’autore del reato-presupposto ha agito nell’esclusivo interesse proprio o di terzi, o in violazione delle regole confluite all’interno del modello di organizzazione e gestione adottato ai sensi del d.lgs. 231/2001; d’altro canto, lo stesso autore del reato-presupposto potrebbe veder compromessi i propri diritti, in violazione del principio «nemo tenetur se detegere», laddove si trovi a dover fornire indicazioni necessarie per garantire la difesa dell’ente che rappresenta e che, tuttavia, lo pregiudicano.

 

Tale disposizione normativa non indica tuttavia le conseguenze del mancato rispetto della regola di incompatibilità. La Suprema Corte in passato ha già considerato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 39 – sollevata per la violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost. – nella parte in cui impedisce all’ente di partecipare al procedimento a suo carico con il proprio rappresentante legale, quando questi risulti essere imputato del reato-presupposto della responsabilità dell’ente medesimo: è stato infatti sottolineato che l’ente può provvedere a nominare un nuovo rappresentante legale, può decidere di affidare a un procuratore speciale la propria rappresentanza in giudizio, ovvero può privilegiare una scelta di inerzia, potendo anche essere assistito da un difensore incaricato d’ufficio laddove – soprattutto nella fase delle indagini preliminari – ne occorra la presenza1.

Il chiarimento della Cassazione. Con sentenza n. 25492 del 5 luglio 2021 la Cassazione ha considerato la specifica doglianza formulata con ricorso dal difensore di fiducia di un ente ritenuto responsabile dai giudici di merito, con cui era stata dedotta la violazione dell’art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p., ossia la nullità della sentenza di primo grado e di tutti gli atti processuali successivi, per essere stato l’ente rappresentato dapprima da un difensore di ufficio e poi da uno di fiducia nominato, con atto inefficace, dal suo legale rappresentante.

Nella sentenza in commento gli Ermellini hanno chiarito che l’atto compiuto dal rappresentante legale incompatibile è inefficace perché posto in essere in violazione di un divieto assoluto e generale di rappresentanza, in quanto produttivo di effetti potenzialmente dannosi per l’ente e, perciò, ritenuto proveniente da un soggetto non abilitato a esprimere la volontà dell’ente di cui formalmente ha la rappresentanza. In particolare, si è puntualizzato che tra gli atti privi di efficacia vi è anche la nomina del difensore di fiducia2.

La pronuncia evidenzia poi come se, da un lato, la regola della incompatibilità dettata dall’art. 39 trova applicazione nei casi di trasformazione, fusione o scissione dell’ente (in virtù degli artt. 28, 29 e 30 del d.lgs. n. 231/2001 resta ferma la responsabilità amministrativa dell’ente trasformato, frutto della fusione o scisso, in relazione ai reati commessi prima di quegli eventi societari), d’altro canto, il divieto in parola non è invece operante in caso di cessione dell’azienda da un ente a un altro, tenuto conto che l’art. 33 dello stesso decreto legislativo prevede a carico del cessionario non direttamente la responsabilità derivante dal reato – della quale resta chiamato a rispondere il solo ente cedente – ma una obbligazione solidale per il pagamento della sanzione pecuniaria.

«[L]’estinzione dell’illecito previsto dal d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231 consegue all’estinzione fisiologica e non fraudolenta dell’ente, giacché solo nel primo caso ricorre un caso assimilabile alla morte dell’imputato».

Nel caso di specie, il procedimento penale si era svolto non nei confronti dell’associazione all’interno della quale erano stati commessi i reati-presupposto, bensì di altra associazione alla quale il compendio aziendale era stato trasferito. Il trasferimento patrimoniale tra enti oggettivamente diversi è stato considerato quale attività elusiva, dato che il primo era stato soppresso (o comunque ne era stata dichiarata la cessazione), e che la relativa attività d’impresa era proseguita in capo all’altro ente allo scopo di cercare di evitare le conseguenze sanzionatorie della responsabilità amministrativa derivante dai reati commessi. Il cambiamento del titolo della responsabilità è, pertanto, naturale conseguenza della ‘alterità soggettiva’, con l’effetto che all’ente cessionario (o anche alla persona fisica) non si trasferisce la stessa identica responsabilità con natura sanzionatoria gravante sull’ente cedente, ma solo una responsabilità solidale accessoria per il pagamento delle sanzioni pecuniarie, non essendo nei confronti del primo applicabile alcuna ulteriore sanzione interdittiva e neppure la misura ablatoria della confisca3.

 

1 Si veda Cass., 19 giugno 2009, n. 41398.

Si veda Cass., sez. un., 28 maggio 2015, n. 33041 e, più di recente, Cass. 13 ottobre 2017, n. 51654.

3 Sul punto si veda P. Sfameni, sub art. 33 d.lgs. n. 231 del 2001, in Codice di procedura penale commentato, a cura di Giarda e Spangher, III, Milano, 2017, 1762 ss.).

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

Iscriviti alla Newsletter
Ricevi i nostri aggiornamenti
Iscriviti tramite Facebook
... oppure inserisci i tuoi dati:
L'indirizzo al quale desideri ricevere le newsletter.
Acconsento al trattamento dei miei dati personali (Regolamento 2016/679 - GDPR e d.lgs. n.196 del 30/6/2003)  Privacy