Loading...

Il bene giuridico ambiente verso nuove tutele

Home - News - Mondo - Il bene giuridico ambiente verso nuove tutele

Il bene giuridico ambiente verso nuove tutele

   

27 febbraio 2022

green

I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).

Il 9 marzo 2022 entrerà in vigore la modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione, attuata mediante Legge Costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1 (pubblicata lo scorso 22 febbraio in Gazzetta Ufficiale), che introduce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali di rango costituzionale. La riforma, che recepisce la giurisprudenza costituzionale in materia, si distingue per l’indubbia portata innovativa: è la prima volta, infatti, che vengono modificati i principi fondamentali della Carta costituzionale.

La tutela dell’ambiente come bene giuridico autonomo continua a essere al centro dell’attenzione anche in ambito sovranazionale. In particolare, per gli specifici e diversi riflessi interni, si segnalano il rapporto annuale ONU e la recente e tanto attesa proposta di direttiva della Commissione europea in tema di sostenibilità.

Il rapporto ONU. Come noto, la produzione nell’impianto siderurgico Ilva di Taranto ha provocato un grave inquinamento atmosferico violando i diritti umani per decenni, compromettendo seriamente la salute dei cittadini residenti nelle vicinanze, i quali soffrono di malattie respiratorie, cardiache, di cancro, disturbi neurologici e mortalità prematura. Nel rapporto annuale pubblicato e approvato dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu il 12 gennaio 2022 (HRC/49/53), intitolato The right to a clean, healthy and sustainable environment: non-toxic environment, David R. Boyd – Relatore speciale delle Nazioni Unite sugli obblighi in materia di diritti umani relativi al godimento di un ambiente sicuro, pulito e sostenibile – e Marcos Orellana – Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle implicazioni per i diritti umani della gestione e lo smaltimento di sostanze e rifiuti pericolosi – individuano proprio l’area dell’Ilva di Taranto tra i luoghi più degradati dell’Europa occidentale. Quella di Taranto viene così accostata alla situazione in cui versano le aree geografiche di Quintero-Puchuncavi in Cile, Bor in Serbia e Pata Rat in Romania.

L'ex Ilva oggi. Le operazioni di pulizia e bonifica a Taranto, che dovevano iniziare nel 2021, sono state rinviate al 2023. Uno dei passaggi più discussi del Decreto legge 30 dicembre 2021, n. 228 recante “Disposizioni urgenti in materia di termini legislativi”, cd. Milleproroghe 2022, riguarda proprio l’approvazione dell’emendamento che cancella le misure governative sui fondi destinati all’ex Ilva, che saranno di nuovo utilizzabili per le bonifiche dei territori limitrofi all’impianto.

Nel mentre, l’impianto continua a funzionare con il placet dei diversi governi, inosservanti della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, nel 2019, ha condannato l’Italia per la mancata adozione di misure in grado di tutelare il diritto degli individui a vivere in un ambiente salubre, compromesso dalle continue emissioni inquinanti provenienti dall’impianto siderurgico di Taranto, così violando il diritto al rispetto della vita privata e familiare di alcuni cittadini (articoli 8 e 13 CEDUsentenza del 24 gennaio 2019, Cordella e altri contro Italia  - ricorsi n. 54414/13 e n. 54264/15).

Tuttavia, come il Relatore speciale Boyd scrive nel rapporto, il diritto a un ambiente salubre può essere  garantito solo se si limita l’utilizzo di sostanze tossiche che colpiscono le persone più vulnerabili. In via generale, agli Stati sono chiesti interventi che portino a un “inquinamento zero”: per impedire, oltre al deterioramento dell’ambiente, anche le gravi diseguaglianze sociali che caratterizzano alcune aree geografiche in cui – proprio a causa del degrado ambientale e della presenza di siti contaminati – i diritti fondamentali delle comunità, tra cui il diritto alla salute, sono fortemente compromessi.

Ambiente e imprese. Nella risoluzione 48/13, adottata l’8 ottobre 2021, il Consiglio per i diritti umani per la prima volta ha riconosciuto, a livello globale, il diritto umano a vivere in un ambiente pulito, sano e sostenibile. Nell’80% degli Stati membri delle Nazioni Unite vigono leggi che riconoscono espressamente tale diritto, ma la risoluzione in questione mira a una tutela maggiore, in ciascuna costituzione nazionale. Del resto, tra gli obblighi specifici che incombono sui singoli Stati membri vi è quello di vigilanza sul comportamento delle imprese.

In tema di green economy si segnala, ancora, la proposta di Direttiva della Commissione europea, pubblicata il 23 febbraio 2022, sulla diligenza delle imprese nell’ambito dello sviluppo sostenibile. Gli imprenditori saranno prossimamente obbligati a garantire che le violazioni dei diritti umani e le attività dannose per l’ambiente non si verifichino nelle loro imprese.

La proposta, volta ad accrescere la sostenibilità aziendale, stabilisce alcuni criteri che le aziende devono osservare per garantire il rispetto dei diritti umani e standard ambientali minimi, sia quando operano all’estero sia quando i loro soci operano in Europa. Gli Stati membri, tenuti ad adeguare le loro normative in materia, dovranno infatti obbligare le imprese a identificare, prevenire e mitigare gli abusi dei diritti umani e la violazione degli standard ambientali lungo tutta la loro catena di valore.

La proposta legislativa modula l’obbligo sulla base delle dimensioni e del fatturato delle imprese cui si rivolge:

- le imprese con più di 500 dipendenti e un fatturato netto annuale di almeno 150 milioni di euro (da calcolarsi a livello globale per le aziende europee e a livello Ue per quelle di Paesi terzi) – circa 9400 ditte europee più altre 2600 extra-Ue – dovranno disporre un piano di transizione climatica per garantire che la loro strategia commerciale sia compatibile con gli accordi di Parigi sul clima (che fissano il limite all’aumento del riscaldamento globale a 1,5°C);

- alle imprese con almeno 250 dipendenti e un fatturato superiore ai 40 milioni annui (metà dei quali derivanti da un settore definito ad alto rischio, come l’industria agricola, tessile o mineraria) – stimate in 3400 basate in Ue e 1400 in Paesi terzi – le nuove regole sulla due diligence si applicheranno con 2 anni di ritardo.

Sugli amministratori delle imprese graverà l’obbligo di controllare l’attuazione della diligenza dovuta e di integrarla nella strategia aziendale, oltre che – di riflesso – di tener conto delle conseguenze ambientali delle proprie decisioni e delle ricadute sui diritti umani.

Responsabilità. Per assicurare l’attuazione della disciplina, la direttiva prevederà sanzioni e un regime di responsabilità civile. Le persone colpite dalle operazioni di una società europea potranno così citarla in giudizio in qualunque Stato membro: a condizione che la stessa non abbia agito con sufficiente diligenza per prevenire, minimizzare, porre fine o mitigare gli impatti negativi della propria attività commerciale.

PMI e microimprese. Una svolta significativa, che tuttavia non è ancora sufficiente a contribuire efficacemente al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente. Il numero di impiegati e il fatturato annuo sono dati che non sempre raccontano fedelmente come un’azienda possa creare danni all’ambiente e alle persone. Come specificato dalla Commissione, le nuove regole si rivolgono solo a una ristretta platea di attori commerciali: circa 13mila imprese con sede in UE. Non saranno invece assoggettate all’obbligo di diligenza – in quanto risulterebbe per loro troppo oneroso – le PMI (circa il 99% delle imprese europee) e le microimprese, che potranno comunque beneficiare di “misure di supporto” per mitigare gli effetti indiretti sulle loro attività.

La proposta di direttiva sarà oggetto di negoziazione da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio. In gioco c’è anche l’occasione di utilizzare la due diligence come leva strategica per ripensare la governance ambientale e modificare la cultura aziendale, che ancora troppo spesso antepone il profitto al rispetto dei diritti fondamentali e della natura.

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

Iscriviti alla Newsletter
Ricevi i nostri aggiornamenti
Iscriviti tramite Facebook
... oppure inserisci i tuoi dati:
L'indirizzo al quale desideri ricevere le newsletter.
Acconsento al trattamento dei miei dati personali (Regolamento 2016/679 - GDPR e d.lgs. n.196 del 30/6/2003)  Privacy