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Violazione dell’obbligo di segnalazione di operazione sospetta e ruolo degli applicativi

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Violazione dell’obbligo di segnalazione di operazione sospetta e ruolo degli applicativi

   

21 giugno 2021

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La Corte di Appello di Roma – con sentenza n. 2412 del 01/04/2021 – ha confermato, riformando nel quantum, la sentenza di primo grado del Tribunale di Roma appellata da un intermediario bancario chiamato a rispondere in solido con il funzionario per l’omesso invio di segnalazioni di operazioni sospette.

 

Il fatto.  Nel 2015 il Ministero dell’Economia e delle Finanze-Dipartimento del Tesoro aveva ingiunto a Unicredit e a un suo funzionario il pagamento della somma di euro 436.235,00 a titolo di sanzione amministrativa per la violazione dell’art. 41 del D.lgs. 231/071 e, in particolare, per aver omesso una segnalazione di operazioni sospette integranti la violazione della normativa antiriciclaggio.

Le doglianze degli appellanti. Gli appellanti avevano sostenuto sia l’insussistenza dei presupposti per effettuare la segnalazione di cui all’art. 41 del D.lgs. 231/07, sia il mancato accertamento di ipotesi delittuose di riciclaggio a carico del cliente, nei cui confronti non era stato avviato alcun procedimento penale. Era altresì rilevato che la ditta era attiva da molti anni nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti di carta, plastica per alimenti, mobili e casalinghi, fatturando euro 800/900.000 l’anno (somma coerente con le operazioni effettuate sul conto corrente), e che la stessa non aveva mai chiesto affidamenti. Inoltre, il cliente risultava già censito dalla Banca sin dal 1995. Si sosteneva, infine, la regolarità e il coerente comportamento tenuto dal cliente per tutta la durata del rapporto contrattuale . E, infatti, a riprova di ciò si sottolineava come il sistema Gianos della banca non aveva rilevato anomalie.

La Corte di Appello di Roma. Da un sopralluogo effettuato dalla GdF nel 2012 era emerso che Unicredit S.p.A. non era in possesso di alcuna documentazione dalla quale rilevare la capacità economica del cliente, se non della visura ordinaria CCIA riguardante la ditta e del certificato di attribuzione della partita IVA. La Banca non disponeva neppure di una copia del documento d’identità di B., né aveva acquisito documentazione attestante i redditi prodotti. Pertanto, si procedeva all’escussione diretta del responsabile della filiale al fine di poterne valutare l’eventuale responsabilità dolosa o colposa, quale soggetto tenuto a effettuare la segnalazione ai sensi di legge.

Alla luce di tali risultanze, la Corte di Appello di Roma riteneva che l’intermediario finanziario Unicredit S.p.A. e il funzionario preposto non avevano compiuto le attività necessarie a valutare il profilo soggettivo del cliente e quindi non avevano rilevato le anomalie suscettibili di tradursi in segnalazioni di operazioni sospette.

Operazioni sospette e obbligo di segnalazione. Quanto alla dedotta inesistenza di ipotesi di reato di riciclaggio a carico del soggetto che ha effettuato le operazioni contestate, la Corte rileva che l’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette non richiede la completa conoscenza di un quadro indiziario di riciclaggio «ma semplicemente di meri elementi di sospetto in tal senso, obiettivamente connessi all’effettuazione “di una pluralità di operazioni non giustificata dall’attività svolta da parte della medesima persona, ovvero, ove se ne abbia conoscenza, da parte di persone appartenenti allo stesso nucleo familiare o dipendenti e collaboratore di una stessa impresa e comunque da parte di interposta persona».

Trattandosi di illecito di pericolo, il legislatore prevede un avanzamento della soglia di tutela finalizzato a stroncare il fenomeno del riciclaggio «così che la segnalazione ha solo ed unicamente lo scopo di portare all’attenzione dell’autorità preposta operazioni anomale, astrattamente idonee, valutati gli elementi oggettivi e soggettivi che le caratterizzano, ad essere strumento di elusione delle disposizioni dirette a prevenire e punire l’attività di riciclaggio in vista di un controllo successivo» (Cfr. Cass. civ. n. 2326/10 e n. 8700/07).

Secondo la giurisprudenza in materia3  «il responsabile della dipendenza deve segnalare al titolare dell’attività (ossia all’organo direttivo della banca) ogni operazione che ritenga provenire da reati anche attinenti al riciclaggio, sulla base di elementi oggettivi riferibili all’operazione stessa o alla capacità economica e all’attività del cliente, non essendo sufficiente, ai fini dell’esonero dall’obbligo di segnalazione, la mera conoscenza, da parte sua, dei soggetti coinvolti e della provenienza del denaro utilizzato».

Il giudice di prime cure aveva correttamente sostenuto che, considerato l’inizio dell’attività di commercio all’ingrosso soltanto da febbraio 2009 – fino ad allora la ditta individuale risultava iscritta alla Camera di Commercio come piccolo imprenditore esercente “il commercio su aree pubbliche in forma itinerante di articoli di terracotta e ceramiche” e solo poco prima dell’accensione del conto corrente presso la filiale Unicredit S.p.A. aveva mutato il proprio oggetto imprenditoriale nell’esercizio del commercio all’ingrosso di “carta, cartone e articoli di cartoleria” – lo svolgimento delle operazioni bancarie intercorse dal 2009 al 2011, con movimentazioni per euro 4.362.350,77, non poteva non apparire connotato da profili di anomalia. In particolare, il riferimento è al punto 6.2 del decalogo degli indicatori di anomalia connessi al cliente apprestato dalla Banca d’Italia, che individua quale specifico profilo di anomalia i “rapporti intestati a persone fisiche o a imprese con modesta operatività sui quali affluiscono ripetuti o significativi versamenti di contante ovvero accrediti da parte di soggetti diversi, seguiti da disposizioni di pagamento per ammontari complessivi pressoché equivalenti, soprattutto se indirizzati all’estero”.

La Banca non aveva affatto valutato il profilo soggettivo del cliente, non avendo acquisito la documentazione volta a supportare la mera affermazione che lo stesso fatturasse 800/900.000 euro l’anno, contraddetta dalla circostanza accertata dalla Gdf che la ditta non depositava la denuncia dei redditi sin dal 1999. La banca non conosceva la società estera verso la quale venivano disposti consistenti bonifici, anche frazionati nella medesima giornata, né erano giustificati gli accrediti dall’estero, se non con un’indagine eseguita a posteriori sui siti internet, da cui la Banca aveva desunto una generica appartenenza dei beneficiari allo stesso settore economico della ditta.

Il ruolo del sistema Gianos. Di particolare interesse è poi la motivazione dei giudici romani quanto al peso da attribuire ai sistemi informatici di valutazione dei livelli di rischio dei clienti. In proposito, scrive la Corte di Appello che il mancato rilievo di SOS da parte di Gianos «non esime gli appellanti da responsabilità, poiché il funzionario dell’intermediario se ne può avvalere solo come ausilio, ma è tenuto ad effettuare autonome valutazioni degli elementi soggettivi e oggettivi acquisiti».

L’assolvimento sostanziale dell’obbligo di segnalazione non può essere relegato interamente ad applicativi più o meno strutturati: i software non sono infallibili, e possono effettuare delle classificazioni errate. Se l’algoritmo decide che sia fraudolenta una transazione che in realtà è genuina, ci si trova di fronte un falso positivo; se, invece, decide che la transazione sia genuina quando in realtà è fraudolenta, allora è possibile incorrere in un falso negativo.

I moderni strumenti offerti dalla tecnologia si rivelano pertanto efficaci solo se adeguatamente progettati, manutenuti e utilizzati. In mancanza di ciò, proliferano falsi positivi, predizioni mancate e “cigni neri”.

La congruità della sanzione irrogata. Viene invece accolto il terzo motivo di appello, relativo alla incongruità della sanzione irrogata, perché basata su un calcolo errato, dovendosi detrarre dalle operazioni considerate quelle effettuate tramite bonifici sia nazionali che internazionali, che non potrebbero in alcun modo essere ritenuti sospetti.

La parte aveva chiesto l’applicazione della legge più favorevole, essendo nelle more del giudizio entrata in vigore la riforma dell’articolo 58 del D.lgs. 231/07, introdotta con D.lgs. 90/2017. Richiesta reiterata mediante rideterminazione della sanzione nei limiti del minimo edittale pari a euro 3000,00 o, comunque, mediante sostituzione con sanzione di importo inferiore rispetto a quella inflitta, in ogni caso non eccedente l’importo di euro 30.000,00), tenuto conto dell’assenza di precedenti e della “fattiva collaborazione” prestata nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

 

1 Tra i presupposti per effettuare la segnalazione di operazione sospetta ex art. 41 del D.lgs. 231/2007 figurano: a) l’incompatibilità sotto il profilo oggettivo e soggettivo dell’operazione effettuata rispetto al profilo del cliente; b) motivi ragionevoli di sospetto in ordine al fatto che il denaro oggetto delle operazioni bancarie fosse riconducibile a ipotesi di riciclaggio o terrorismo.

2   In particolare, la Banca non aveva mai avuto necessità di chiedere documentazione ulteriore rispetto allo specimen di firma, al certificato di attribuzione della partita Iva e del codice fiscale. Peraltro l’operatività era rimasta costante e i versamenti in contanti erano da ritenersi compatibili con la natura dell’attività in cui operava la società, quelli in bonifici e assegni erano tracciabili e diretti sempre verso le medesime aziende, tutte operanti nel medesimo settore economico della società in questione, due delle quali conosciute dall’Istituto di credito. I prelievi in contanti (pari a euro 77.350,00) erano da reputarsi contenuti poiché eseguiti nell’arco di quasi due anni e mezzo, e compatibili con le esigenze di liquidità immediata dell’attività.

3 Cfr. Cass. civ. sent. n. 20647/18 e n. 23017/09.

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
81055 Santa Maria Capua Vetere (CE)

C.so Umberto I, 34
80138 Napoli

 

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