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Autoriciclaggio: per la Cassazione si configura anche con l’acquisto di bitcoin

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Autoriciclaggio: per la Cassazione si configura anche con l’acquisto di bitcoin

   

27 febbraio 2022

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I diritti delle immagini appartengono ai rispettivi proprietari (che saremo lieti di indicare in caso di richiesta).


Nell’ultimo anno le criptovalute, ormai diffusesi a macchia d’olio, oltre a costituire prospettive di investimento, presentano un lato oscuro, particolarmente proficuo per il cd. crypto-crime. In particolare, l’utilizzo di bitcoin desta particolare allarme per il rischio di incorrere in responsabilità penale, in primis per riciclaggio: ci si chiede, ad esempio, se l’utilizzo dei bitcoin possa costituire un modo per ostacolare l’identificazione di alcune operazioni (e quindi la loro provenienza delittuosa), così integrando un elemento necessario ai fini della configurabilità del reato di riciclaggio ex art. 648 bis c.p. Ancora, ci si chiede se il potenziale anonimato costituisca realmente un fattore di rischio, ad esempio per l’autoriciclaggio.

Con sentenza n. 2868/2022, depositata il 25 gennaio 2022, la Cassazione, Seconda sezione penale, confermando il sequestro di una cospicua somma di denaro riconducibile a un soggetto indagato per i reati presupposto di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, ha chiarito che il reato di autoriciclaggio si configura anche in ipotesi di acquisto di bitcoin.

Il fatto. Il Tribunale di La Spezia, con ordinanza in accoglimento dell’appello proposto dal P.M., disponeva il sequestro preventivo ex art. 648 quater c.p. del profitto dei reati di autoriciclaggio contestati a un soggetto indagato per aver commesso il reato presupposto di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Secondo l’ipotesi accusatoria, il soggetto interessato aveva trasferito i profitti di tali reati a società estere operanti nel settore della compravendita di criptovalute, in particolare bitcoin, tramite bonifici effettuati utilizzando carte Postepay intestate per lo più a soggetti prestanome.

La difesa adiva la Suprema Corte lamentando, tra le altre cose: l’assenza di motivazione nella decisione impugnata, contestando la mancata indicazione dei motivi per i quali l’acquisto di criptovalute fosse da considerarsi atto idoneo a ostacolare l’identificazione della provenienza del bene; il travisamento della condotta del ricorrente, che non sarebbe stato quella di reinvestire i proventi del reato presupposto ma – così come aveva sottolineato il g.i.p. nel respingere l’originaria richiesta di sequestro preventivo – di «acquistare cripto valute che sarebbero servite per “pagare i servizi del sito internet (omissis) che effettuava la pubblicità delle prostitute», così esulandosi da una condotta di autoriciclaggio. 

Veniva altresì contestato che le transazioni operate tramite la criptovaluta bitcoin potessero essere ritenute anonime, in quanto ogni movimentazione era stata registrata in una sorta di “libro contabile digitale” (cd. distributed ledger) di pubblico dominio, costantemente accessibile da chiunque. Inoltre, in virtù della nuova tecnologia blockchain, sarebbe stato sempre possibile risalire agli accounts, e dunque alle parti dell’operazione trascritta.

La Suprema Corte

Nell'acquisto mediato di criptovalute il percorso non è tracciabile. Nella pronuncia del 25 gennaio 2022, la Cassazione ha confermato il sequestro preventivo, anche per equivalente, del profitto dei reati di autoriciclaggio (art. 648 ter. 1 c.p.) e trasferimento fraudolento di valori (art. 512 bis c.p.), in imputazione provvisoria nei confronti del soggetto indagato.

Il Collegio di legittimità ha tuttavia giudicato infondati i summenzionati rilievi, in primo luogo soffermandosi sulle modalità delle operazioni contestate al ricorrente. Nel caso di specie, non si trattava di acquisto diretto di bitcoin: nell’acquisto della valuta virtuale, cioè, l’indagato non agiva in proprio, ma per mezzo di società estere cui trasferiva, tramite bonifici in euro, somme di denaro. Le stesse società venivano successivamente incaricate di cambiare la valuta ricevuta (euro) in bitcoin.

In proposito, i giudici così scrivono:

«Ne consegue che il ricorrente non agiva in proprio nell’acquisto di tale ultima valuta cosiddetta “virtuale”, per ciò intendendosi – secondo la dizione contenuta nell’art. 1, comma 2 , lettera qq) del D.Lgs. n. 231 del 21/11/2007 - la rappresentazione digitale di valore, non emessa ne’ garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente».

Inoltre, spesso le transazioni avvenivano mediante prestanome intestatari fittizi delle carte Postepay dalle quali erano effettuati i bonifici verso le società estere.

L'ostacolo agli accertamenti. Le descritte operazioni ponevano quindi un serio ostacolo alla identificazione del ricorrente come beneficiario finale delle transazioni ed effettivo titolare di bitcoin acquistati dalle società estere, che fungevano da exchanger di criptovalute.

Il reato di autoriciclaggio, concludono gli Ermellini, sanziona qualsiasi condotta idonea anche solo a ostacolare gli accertamenti sulla provenienza illecita del denaro:

«ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio, non occorre che l’agente ponga in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento del denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento alla identificazione della provenienza delittuosa degli stessi, essendo, al contrario, sufficiente una qualunque attività, concretamente idonea anche solo ad ostacolare gli accertamenti sulla loro provenienza. Sez. 2, n. 36121 del 24/05/2019, Draebing, Rv. 276974», attività riscontrabile anche nel caso di specie.

Focus: il decreto del MEF per gli operatori crypto

Lo stato dell’arte del mercato delle criptovalute presenta ancora regole incerte: definizioni normative diverse ingenerano prassi altrettanto diversificate. In Italia il recente decreto del ministro delle Finanze sulle criptovalute, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 3 febbraio, vede come principale novità l’avvio di una sezione speciale del registro dell’Organismo degli Agenti e dei Mediatori creditizi (OAM) e obbliga i prestatori di servizi di portafogli digitali di valuta virtuale (cd. Virtual Asset Service Providers) a comunicare la propria operatività sul territorio nazionale. La mancata iscrizione al registro speciale dell’OAM è configurata come esercizio abusivo.

Cosa cambia. Con l’atteso provvedimento, che completa il recepimento della direttiva (UE) 2018/843 (cd. quinta direttiva antiriciclaggio), chi opera nel mondo delle criptovalute verrà sostanzialmente assimilato ai cambiavalute e ai money transfer, dovendo pertanto comunicare ogni tre mesi tutte le operazioni effettuate da ogni singolo cliente, di cui verranno forniti i dati identificativi. Il “censimento” degli operatori si trasforma, dunque, in “censimento” anche dei loro clienti.

L’intervento legislativo persegue il triplice scopo di regolamentare il mercato oscuro delle crypto, recuperare gettito e limitare il riciclaggio di denaro. Il registro OAM sarà infatti accessibile alla Guardia di Finanza e alle altre forze di polizia nel caso di controlli e accertamenti. Considerando che più del 90% delle attività di cittadini italiani nel settore crypto si svolge su piattaforme estere, bisognerà tuttavia stare a vedere se gli stessi si registreranno all’OAM – sostenendo quindi i costi per poter adempiere ai loro obblighi – o preferiranno rischiare di vedersi oscurare i loro siti in Italia. Servirà forse una soluzione globale, per meglio definire i costi della regolamentazione e i benefici per gli utenti.

G.R.A.L.E.

Via Mazzocchi, 68
Palazzo Melzi
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